Nel paese di Braccioteso
Era tornato tutto triste da scuola Palì. Tutto triste davvero. E la mamma se ne era accorta: le mamme se ne accorgono sempre quando sei triste. «Che c’è Palì? Dillo a mamma! Perché sei triste?» Lui, il piccolo Palì, niente. Muto, non diceva nulla. Ma la mamma che sapeva come prenderlo chiese: «Problemi a scuola? Di’ la verità… guarda che se hai preso un brutto voto non fa nulla?! Capito?» «No, non è questo…» «E allora che c’è… avanti dillo a mamma tua». «Oggi a scuola la maestra ci ha parlato dell’inferno… e mi ha fatto paura». «Perché, cosa vi ha detto?» «Ha detto che è tutto pieno di fiamme e la gente brucia». «Ma guarda che questo è un modo di dire… un modo per dire che si sta male… Devi sapere che in un paese lontano lontano, a destra di tutte le cartine geografiche, si racconta la storia di un uomo che aveva visto l’inferno e il paradiso e quando gli chiesero cosa avesse visto raccontò che tutti, all’inferno come in paradiso, avevano la stessa tavola imbandita con ogni prelibatezza ma all’inferno erano tutti tristi e sconsolati perché le posate erano delle lunghissime bacchette, con le quali era impossibile portare il cibo alla bocca ed erano tutti magri magri e tristi. Nel paradiso non è che mangiassero nulla di diverso né che avessero bacchette più corte ma… ascolta bene… erano tutti allegri e sazi perché si imboccavano l’un l’altro». Palì era più sereno e disse: «È proprio come la storia che mi ha raccontato papà!» E la mamma: «Quale?» Così, una storia per uno, anche Palì raccontò la sua. Ed era la storia del paese di Braccioteso dove tutti gli abitanti non avevano i gomiti, così non potevano piegare le braccia. C’erano due famiglie: la famiglia Tuttomio e la famiglia Pensoatté. A casa Tuttomio, nonostante le prelibatezze che cucinava la mamma, nessuno mangiava, erano tutti affamati, arrabbiati e nervosi. Li si sentiva litigare, dire parolacce e nel tempo erano diventati magri quasi come grissini. Perché? Perché chiaramente non riuscivano a mettersi in bocca tutte quelle prelibatezze. Appena di fronte abitavano quelli della famiglia Pensoatté. Erano conosciuti come le persone più gentili, allegre e giocherellone del paese. Godevano di ottima salute e di certo non sembrava che morissero di fame. Un giorno, all’ora di pranzo, spinto dalla curiosità e dall’invidia Martino Tuttomio andò a spiare dalla finestra la famiglia Pensoatté e vide una cosa inaudita. Cosa aveva scoperto? Stavano tutti seduti attorno a una tavola rettangolare e a due a due si imboccavano l’uno con l’altro. Una scoperta sensazionale. Martino, entusiasta, corse a dirlo a tutto il paese. Da allora tutti seguirono l’esempio della famiglia Pensoatté e vissero felici, contenti e ben sazi. «Vedi – gli disse la mamma – il paradiso e l’inferno sono nel cuore delle persone, nei loro comportamenti, e quindi è come se esistessero dentro di noi quando ci comportiamo bene o male con le persone o le cose». Palì era davvero più contento ora. Come se fosse in paradiso.
Da un antico racconto cinese.
L'uccello Kankucho
Sulle Montagne Nevose vive un uccello chiamato Kankucho, che la notte si lamenta torturato dal freddo pungente e decide che la mattina seguente si costruirà il nido. Ma quando si fa giorno, se ne dimentica e dorme riscaldato dai tiepidi raggi del sole del mattino. Così, senza costruirsi il nido, continua a lamentarsi vanamente per tutta la vita».
Nonna gabbiana abbassò di nuovo i suoi occhialetti sottili, lasciandoli penzolare sulle piume del petto, per poter guardare meglio le espressioni di chi l’aveva ascoltata. In tanti erano venuti a festeggiarla, per il suo novantesimo compleanno, e a sentirla leggere le sue storie. Nonna gabbiana di storie ne conosceva a bizzeffe, della Cina e dell’India, del Giappone e dell’Uruguay. Parlavano di principi e dinastie, di castelli sommersi dagli oceani, di viaggi intorno al mondo. Eppure, non poteva farci niente: quella dell’uccello Kankucho era la sua preferita. Lo capiva bene, lei, l’uccello Kankucho, anche se era una gabbiana nata in quest’isola in mezzo all’oceano e in teoria non doveva avere niente a che vedere con un uccello delle Montagne Nevose. Eppure ci si riconosceva alla perfezione. Riconosceva soprattutto quella sua antica indolenza di giovane gabbianella, quando le ore più calde del giorno, invece che ad allenarsi a inseguire le sardine – come le aveva insegnato sua madre – le passava a giocare con le scaglie di luce sul mare, immaginando che fossero pesci fantasma, che scomparivano non appena lei provava a prenderli con il becco. Poi però immancabilmente, al momento di andare a tavola, quando le sue sorelle, i fratelli e tutti i cugini mettevano sullo scoglio comune i pesci pescati per il pranzo, lei non aveva niente da offrire e ci rimaneva sempre molto male. E così ogni volta si riprometteva che il giorno successivo non avrebbe giocato tutto il tempo, e avrebbe pescato qualcosa di buono per i suoi amici. Ma immancabilmente al mattino, quando doveva concentrarsi per scovare sotto la superficie del mare blu scuro la sagoma della piccola sardina, preferiva volare in velocità col vento a favore, e tuffarsi a capofitto per prendere di sorpresa una scaglia di sole abbagliante… E già… Quanto tempo è passato… Nonna gabbiana smise di ricordare, distolse lo sguardo dall’orizzonte e si concentrò sugli occhi dei suoi invitati: erano in tanti e tutti assorti. C’erano tartarughe marine, pinguini, pellicani, altri uccelli acquatici di varia foggia, qualche capra, due muli e diversi granchi che avevano smesso di rincorrersi sul bagnasciuga. Nonna gabbiana ci avrebbe giurato: quasi tutti, dopo aver ascoltato la sua storia, stavano adesso pensando a qualcosa di loro che li faceva assomigliare all’uccello Kankucho. Ma siccome voleva sapere se la sua impressione era giusta, si rivolse a un pinguino maschio che, avendo incrociato il suo sguardo, aveva infilato velocemente le ali nei taschini del gilet, con aria indifferente. «Forse sì… qualche volta… quando faccio tanta fatica a sentire la sveglia di mattina, mi riprometto di andare a letto più presto. Ma ogni sera me ne scordo, e resto a guardare la TV fino a notte fonda…». Nonna gabbiana sorrideva strizzando i suoi lunghi occhi grigi. Apprezzava la sincerità del giovanotto. E così, come d’incanto, tutti i presenti cominciarono a prendere la parola, per dire di quella parte di sé che li faceva pensare all’uccello Kankucho. Anche il piccolo pellicano, che doveva essere nato con l’ultima schiusa, si fece coraggio e cominciò a raccontare di tutte le volte che il cuore gli sobbalzava in gola all’interrogazione della maestra, di come ogni volta pensasse: «Accidenti no! Proprio oggi che non ho studiato bene», e di come decidesse ogni volta di cominciare i compiti di pomeriggio e non dopo cena quando la luce stava per finire. Nonna gabbiana era soddisfatta. La sua festa stava prendendo la piega che lei aveva desiderato. Ogni invitato era a suo agio, parlava di sé e aveva voglia di ascoltare chi gli stava vicino. «Sapete perché questa storia mi piace?» esclamò d’improvviso, zittendo tutti gli altri con un tono acuto e forte. «Perché fa capire che non bisogna vergognarsi di essere pigri e negligenti, perché ogni animale è anche un po’ un uccello Kankucho». «E poi – aggiunse sottovoce con l’aria divertita – fa capire anche un’altra cosa». Tutti la guardavano in silenzio aspettando di sapere. «Fa capire che tutto dipende da noi. Una mia amica mi ha raccontato una volta – non so se scherzasse, ma vi assicuro che di lei ci si può fidare – di aver incontrato, sulle Montagne Nevose, un uccello grande, colorato di verde e di blu, un po’ spennacchiato e dal becco giallo e forte. Tutti lo chiamano Kankucho. Vive sul ramo più alto di un grosso albero, di fronte alla grande vallata, in un nido spazioso, ben fatto, riscaldato, con tanto di scaletta e di veranda esposta a sud. Di mattina si sveglia presto per andare a raccogliere la colazione per tutti i suoi ospiti: diversi uccelli del suo stesso colore, qualche fringuello, un aquilotto, addirittura tre scoiattoli delle nevi. In paese raccontano che un lontano mattino, dopo essere quasi morto di freddo durante l’ennesima notte passata all’addiaccio, aveva incontrato un gruppo di giovani uccelli stranieri, persi nel bosco e quasi assiderati. Quello stesso giorno venne visto intento a intrecciare rametti e pagliuzze, per ore e ore, fino a quando non ebbe compiuto la sua opera. Un bel nido robusto, che chiamò “casa Kankucho”, e che diventò il nido più grande, più allegro – e più caldo – di tutto il paese, sempre aperto agli animali di passaggio. Questo, per lo meno, è quanto si dice in paese. Ma di un fatto si può essere certi – concluse nonna gabbiana ripetendo esattamente le parole della sua amica viaggiatrice – È che in una zona di montagna molto lontana da qui un certo uccello che si fa chiamare Kankucho è stato visto prendere il sole sulla veranda del suo bel nido, e godersi da vero intenditore i tiepidi raggi insieme agli amici o da solo, per riposarsi tra un lavoretto e l’altro».
Ultimo aggiornamento (Venerdì 04 Febbraio 2011 09:22)
Il dono più prezioso
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| Illustrazione di Sofia Mantellina, Simone Peluffo, Alice Piombo, Roberta Torcianti, Miguelina Viccica |
Tanti tanti anni fa, in India, il Budda sedeva all'ombra di un grande albero fiorito. Centinaia di discepoli arrivati da luoghi lontanissimi si riunivano intorno a lui sin dal primo mattino. E sotto i raggi chiari del sole gli facevano domande e ascoltavano curiosi le sue risposte. Il Budda custodiva accanto a sé una campanella di vetro. Era una campanella magica che avrebbe tintinnato davanti alla persona più generosa dell'India. Questa notizia giunse all'orecchio del vecchio Re Nasone che cominciò a camminare su e giù per la sua stanzona reale sfregandosi il naso bitorzoluto. «Mmm... se fossi io l'uomo più generoso... se la campanella suonasse proprio davanti a me... mmm... è chiaro che il Budda la farà suonare... altro che magia... quando vedrà i miei doni il Budda la farà suonare... mmm... e io...sarò... coperto... di... GLORIA». Re Nasone chiamò tutti i servi e fece caricare sul dorso di dieci elefanti mille chili d'oro, cento broccati rarissimi, cinquanta ceste di pietre preziose, trenta monete d'argento e ben dieci schiavi da regalare al Budda. E così si avviò col suo carico prezioso verso il paese dell'albero fiorito. Lungo il cammino la carovana scintillante attraversò tante città sfilando davanti a una folla di persone povere. Ma nulla interruppe il viaggio di Re Nasone. Un giorno, lungo una strada deserta, la carovana fu costretta a fermarsi: una povera mendicante era svenuta sulla strada e ostruiva il passaggio col suo corpo cencioso. Re Nasone si mise ad urlare: «Seeeerviii... spostate quella donna... non voglio perder tempo... avanti». E i servi eseguirono gli ordini. Ma uno degli schiavi, prima di ripartire, riuscì a far bere alla mendicante un po' di acqua e le lasciò di nascosto una manciata di riso. Dal ciglio della strada polverosa lei guardò lo schiavo mentre si allontanava. Poi si alzò e cominciò il cammino lungo le tracce della carovana. Arrivato sotto l'albero fiorito Re Nasone fece scaricare i suoi doni davanti al Budda. C'era bisogno di così tanto spazio che un centinaio di discepoli del Budda dovettero alzarsi e trovare posto un po' più in là. Il Budda fece sedere accanto a sé Re Nasone, che gonfio di orgoglio si accomodò in attesa del tintinnio magico. Tutti fecero silenzio. Il Budda non fiatava. Re Nasone aspettava. Ma nulla. Nessun tintinnio. Re Nasone cominciò ad infuriarsi e disse al Budda: «Che Maestro sei? Non riconosci il valore dei miei doni... scommetto che nessuno ti ha mai offerto tanto». Ma il Budda non rispose. E anche i discepoli rimasero in silenzio. Allora Re Nasone: «Ma come è possibile... nessuno mi ha mai trattato in questo modo... non sono mai stato umiliato così». Prese la campanella di vetro e la agitò con forza. Ma non ne uscì nessun suono. Ci provò di nuovo agitandola ancora più forte. Ma niente, nessun suono. Re Nasone allora la gettò a terra frantumandola in mille pezzi. In quel momento si presentò davanti al Budda la mendicante e gli offrì la manciata di riso che aveva ricevuto dallo schiavo. Magicamente i mille pezzi di cristallo si ricomposero e la campanella tintinnò a festa. Il Budda prese la mano della mendicante e dichiarò alla folla: «Questa è la donna più generosa dell'India. Re Nasone mi ha offerto una parte dei suoi tesori, e io gli sono grato. Ma questa donna è immensamente povera e ha fame. Questo riso è tutto ciò che possiede. Il suo è un piccolo dono offerto con cuore sincero e per questo ha molto più valore di un grande tesoro». Poi offrì alla donna due grosse manciate di diamanti. Tutti si sentirono più felici e si abbracciarono al suono della campanella che ricominciò a tintinnare a festa. Solo Re Nasone si allontanò furioso, graffiandosi il naso bitorzoluto.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 04 Febbraio 2011 09:19)
Ultimo aggiornamento (Venerdì 10 Dicembre 2010 16:26)
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